l5) Leopardi. La vita solitaria.
Leopardi propone un rapporto fra uomo (poeta) e Natura dominato da
una fortissima contraddizione: non si tratta di una
contrapposizione assoluta; la Natura non  semplicemente la
matrigna ostile o la nemica. Sicuramente la Natura condanna l'uomo
al dolore, ma al tempo stesso gli offre rifugio, quiete e anche un
po' di felicit.
Il carattere contraddittorio del rapporto fra uomo e Natura  reso
in maniera drammaticamente efficace attraverso inserimenti
improvvisi del dolore in situazioni di serenit, che, comunque,
non si fanno sopraffare e anzi lo sovrastano, per cedergli poi,
per, di nuovo il campo.
Il Sole del mattino scopre una Natura piena dolcezza:  una Natura
che il poeta addirittura benedice. Ma quel dolce risveglio porta
alla luce anche l' odio e il dolore presenti fra gli uomini. Il
canto procede quindi con l'alternarsi incalzante di questi due
aspetti del legame uomo-Natura.
La Luna, che mostra con il suo raggio infesto i briganti e gli
assassini che popolano la notte, svela al poeta anche la dolcezza
della campagna, suscita in lui il ricordo piacevole e lo spinge al
proposito di continuare a godere della Natura.
Per sconfiggere il dolore e la morte Leopardi usa lo strumento del
ricordo (fondamentale come quello dell' illusione):  possibile
non soltanto cogliere la dolcezza del presente, ma anche far
rivivere, sottraendola al passato, la dolcezza dell'amore, della
giovinezza, della vita come danza e gioco: la morte, infatti, non
 solo l'annichilimento che verr, ma anche le cose che non sono
pi, che sono diventate Nulla. E' possibile cos sconfiggere anche
la morte interiore dell'uomo, e sciogliere di nuovo un cuore che
sembrava diventato di sasso.
La condizione che rende possibile il ricordo e l'illusione  la
solitudine, perch ricordare e  produrre illusioni sono due
facolt individuali della mente. La condanna alla solitudine  il
prezzo che l'uomo deve pagare per la sua liberazione (momentanea)
dalla paura del Nulla.
G. Leopardi, La vita solitaria (l82l) (vedi manuale pagina l52).
1   La mattutina pioggia, allor che l'ale.
2   battendo esulta nella chiusa stanza.
3   la gallinella, ed al balcon s'affaccia.
4   l'abitator de' campi, e il Sol che nasce.
5   i suoi tremuli rai fra le cadenti.
6   stille saetta, alla capanna mia.
7   dolcemente picchiando, mi risveglia;
8   e sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo.
9   degli augelli susurro, e l'aura fresca,.
10  e le ridenti piagge benedico:
11  poich voi, cittadine infauste mura,.
12  vidi e conobbi assai, l dove segue.
13  odio al dolor compagno; e doloroso.
14  io vivo, e tal morr, deh tosto! Alcuna.
15  bench scarsa piet pur mi dimostra.
16  natura in questi lochi, un giorno oh quanto.
17  verso me pi cortese! E tu pur volgi.
18  dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando.
19  le sciagure e gli affanni, alla reina.
20  felicit servi, o natura. In cielo,.
21  in terra amico agl'infelici alcuno.
22  e rifugio non resta altro che il ferro.
    .
23  Talor m'assido in solitaria parte,.
24  sovra un rialto, al margine d'un lago.
25  di taciturne piante incoronato.
26  Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,.
27  la sua tranquilla imago il Sol dipinge,.
28  ed erba o foglia non si crolla al vento,.
29  e non onda incresparsi, e non cicala.
30  strider, n batter penna augello in ramo,.
31  n farfalla ronzar, n voce o moto.
32  da presso n da lunge odi n vedi.
33  Tien quelle rive altissima quiete;
34  ond'io quasi me stesso e il mondo obblio.
35  sedendo immoto; e gi mi par che sciolte.
36  giaccian le membra mie, n spirto o senso.
37  pi le commova, e lor quiete antica.
38  co' silenzi del loco si confonda.
    .
39  Amore amore, assai lungi volasti.
40  dal petto mio, che fu s caldo un giorno,.
41  anzi rovente. Con sua fredda mano.
42  lo strinse la sciaura, e in ghiaccio  volto.
43  nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo.
44  che mi scendesti in seno. Era quel dolce.
45  e irrevocabil tempo, allor che s'apre.
46  al guardo giovanil questa infelice.
47  scena del mondo, e gli sorride in vista.
48  di paradiso. Al garzoncello il core.
49  di vergine speranza e di desio.
50  balza nel petto; e gi s'accinge all'opra.
51  di questa vita come a danza o gioco.
52  il misero mortal. Ma non s tosto,.
53  amor, di te m'accorsi, e il viver mio.
54  fortuna avea gi rotto, ed a questi occhi.
55  non altro convenia che il pianger sempre.
56  Pur se talvolta per le piagge apriche,.
57  su la tacita aurora o quando al sole.
58  brillano i tetti e i poggi e le campagne,.
59  scontro di vaga donzelletta il viso;
60  o qualor nella placida quiete.
61  d'estiva notte, il vagabondo passo.
62  di rincontro alle ville soffermando,.
63  l'erma terra contemplo, e di fanciulla.
64  che all'opre di sua man la notte aggiunge.
65  odo sonar nelle romite stanze.
66  l'arguto canto; a palpitar si move.
67  questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna.
68  tosto al ferreo sopor; ch' fatto estrano.
69  ogni moto soave al petto mio.
    .
70  O cara Luna, al cui tranquillo raggio.
71  danzan le lepri nelle selve; e duolsi.
72  alla mattina il cacciator, che trova.
73  l'orme intricate e false, e dai covili.
74  error vario lo svia; salve, o benigna.
75  delle notti reina. Infesto scende.
76  il raggio tuo fra macchie e balze o dentro.
77  a deserti edifici, in su l'acciaro.
78  del pallido ladron ch'a teso orecchio.
79  il fragor delle rote e de' cavalli.
80  da lungi osserva o il calpestio de' piedi.
81  su la tacita via; poscia improvviso.
82  col suon dell'armi e con la rauca voce.
83  e col funereo ceffo il core agghiaccia.
84  al passegger, cui semivivo e nudo.
85  lascia in breve tra' sassi. Infesto occorre.
86  per le contrade cittadine il bianco.
87  tuo lume al drudo vil, che degli alberghi.
88  va radendo le mura e la secreta.
89  ombra seguendo, e resta, e si spaura.
90  delle ardenti lucerne e degli aperti.
91  balconi. Infesto alle malvage menti,.
92  a me sempre benigno il tuo cospetto.
93  sar per queste piagge, ove non altro.
94  che lieti colli e spaziosi campi.
95  m'apri alla vista. Ed ancor io soleva,.
96  bench'innocente io fossi, il tuo vezzoso.
97  raggio accusar negli abitati lochi,.
98  quand'ei m'offriva al guardo umano, e quando.
99  scopriva umani aspetti al guardo mio.
100 Or sempre loderollo, o ch'io ti miri.
101 veleggiar tra le nubi, o che serena.
102 dominatrice dell'etereo campo,.
103 questa flebil riguardi umana sede.
104 Me spesso rivedrai solingo e muto.
105 errar pe' boschi e per le verdi rive,.
106 o seder sovra l'erbe, assai contento.
107 se core e lena a sospirar m'avanza.
 (G. Leopardi, Canti, Newton Compton, Roma, l996, pagine 98-l03).
